“Ultras”: il racconto di diverse generazioni, sullo sfondo dell’universo del tifo organizzato.

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Oltre ad essere veicolo privilegiato di emozioni uniche e ricordi indelebili, lo sport affascina da sempre per la sua rara capacità di suggestione narrativa. Ogni singola storia racconta una angolatura diversa di questo fenomeno, descrivendo il punto di vista privilegiato dei suoi protagonisti, siano essi atleti, squadre, tifosi.

il film proposto oggi ruota attorno all’innegabile ruolo esercitato dal calcio quale aggregatore sociale, capace ancora di riunire comunità e differenti generazioni attorno ad esso. “Ultras” di Francesco Lettieri prova a darci uno spaccato reale di queste dinamiche sullo sfondo delle vicende legate al tifo organizzato, esaltando con efficacia la sacralità di questo sport.

La trama.

Protagonista della vicenda, ambientata a Napoli, è Sandro, detto “Mohicano”. Sandro è capo degli Apache, un gruppo ultras che cerca di imporre la sua identità e che ha di fatto contrassegnato la sua vita di tifoso. Essendo impossibilitato ad avvicinarsi allo stadio per effetto di un provvedimento di daspo che lo obbliga a firmare ogni giorno in questura, passa le sue giornate con gli amici al bar e si rifiuta addirittura di ascoltare le partite alla radio. Il suo rituale sembra piuttosto quello di immaginare l’andamento della partita giocando ai videogames con il diciottenne Angelo, che lo considera quasi una figura paterna, soprattutto dopo aver perso il fratello in una trasferta. Tra queste due generazioni si staglia la figura di Pechegno, che incarna il nuovo che avanza: egli è portatore di una mentalità ben più sovversiva e violenta che vuole farsi spazio trascurando i divieti imposti.
A cambiare le cose è l’avvento del personaggio femminile, Terry, di cui Il protagonista si innamora. Di fronte alla fragilità cui questo momento sembra esporlo, Sandro finisce per accantonare il movimento Apache e dimentica Angelo: parallelamente Pechegno assume sempre più controllo della situazione per compiere i suoi proclami di guerriglia.

L’incrocio tra generazioni.

La prima cosa da sottolineare è che per stessa ammissione del regista, il film (e si badi bene, non il documentario) non ha nessun tipo di pretesa legata al mondo ultras. L’idea che emerge è quella di uno spaccato che ha come sfondo il mondo del calcio, sviluppato all’interno dello scenario ideale di Napoli, città nella quale vita quotidiana e sportiva sono spesso sovrapposte ed il gioco più bello del mondo ha un ruolo attivo con le sue emozioni. La storia però è universale: quello che più colpisce è piuttosto l’incontro tra differenti generazioni e relativi valori: la ritualità dell’universo ultras diventa il contesto perfetto in cui ambientare la storia di questo dialogo, tra i suoi pregi ed i suoi difetti. Il calcio resta dunque sullo sfondo: contribuisce a tessere la trama e le dinamiche dei suoi protagonisti.
Quello che ne risulta è un quadro tendente al realismo, che cerca il più possibile di allontanarsi dallo stereotipo visivo proposto negli ultimi anni dalla tipologia di fiction criminale di ambientazione partenopea.

Le reazioni del tifo organizzato.

A seguito dell’uscita del film si è assistito ad una reazione da parte degli ultras napoletani. Il riferimento ad alcune ambientazioni che sembrano ricordare fatti di cronaca realmente accaduti nel passato recente ha destato più di qualche perplessità. Molte sono state le contestazioni che hanno portato all’affissione di diversi striscioni polemici nei confronti di un film che è stato considerato semplicemente un prodotto commerciale offensivo verso la cultura del tifo. Quel che è certo è che il calcio, quali che siano i punti di vista, continua imperterrito a muovere gli animi ispirando racconti che fatalmente impattano sulla vita reale.
Invitiamo i lettori a farsi un’idea: ecco il trailer!