Renato Cesarini, storia del “Cè”: genio, sregolatezza, e quel minuto che entra nella storia.

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Renato Cesarini, protagonista di un calcio di altri tempi

“Cesarini, quello della zona Cesarini, proprio lui: quando dai il tuo nome a un pezzetto di Tempo — il quale è solo di dio, dice la Bibbia — qualcosa nella vita lo hai fatto”.
Alessandro Baricco.


Ci sono storie di calcio che raccontano meglio di altre un’epoca, e giocatori che riescono ad entrare di prepotenza nella sua letteratura al di là degli indubbi meriti di campo. Personaggi che fanno breccia nel mito e da quel momento non vi si smuovono, perché le loro capacità restano impresse nel tempo. Ed è proprio di questa dimensione che Renato Cesarini è divenuto padrone, arrivando addirittura a prendersene “un pezzetto”.

Renato Cesarini può essere considerato uno dei più estrosi giocatori nella storia della Juventus. Arrivò dall’Argentina a Torino ma si trattava di un quasi-italiano, poiché era nato a Senigallia: solo dopo la sua nascita i genitori avevano lasciato le Marche per trasferirsi in Sud America.

Era la disperazione del severissimo presidente Mazzonis, quasi un gendarme che era solito vigilare sulla buona condotta dei suoi giocatori al pari dell’allenatore Carcano.

Gli aneddoti sulle imprese da bon vivant di Cesarini si sprecano poiché il centrocampista/attaccante bianconero adorava i locali notturni, l’eleganza, le carte da gioco, le donne di classe, lo champagne.
Era assolutamente disinvolto con lo smoking come in tenuta di gioco.

La leggenda narra che un giorno Edoardo Agnelli lo avesse trovato a rilassarsi in un ristorante, durante l’orario di allenamento. Il dirigente decise allora di recapitagli una bottiglia di champagne dal cameriere per ricordargli chi è che comanda. Cesarini, senza battere ciglio, gliene fece arrivare cinque, con tanto di biglietto: «Domani vinciamo e segno».
E infatti sarebbe andata proprio così.

La sua fama di generoso quasi lo precedeva. Pagava spesso per tutti, elargendo denaro in allegria e rispettando senza scomporsi tutte le scadenze relative alle sistematiche multe che Mazzonis e Carcano gli facevano piovere addosso.

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E le multe furono davvero tante: alla Juventus la disciplina veniva fatta osservare secondo una prassi ben precisa. Si racconta che l’allenatore Carcano avesse a disposizione una rete di “spie” molto particolari, dei ragazzini che stavano appostati per ore vicino alle abitazioni dei calciatori per riferire sui movimenti “sospetti”, in cambio di un paio di lire.

Nulla che potesse impensierire Cesarini, il quale offriva più soldi di Carcano ai piccoli delatori!

Una volta informato il barone Mazzonis delle marachelle del “Cè”, l’allenatore se ne lavava le mani ed entrava in azione il vicepresidente con un primo amichevole avvertimento.  

Se tale avvertimento – come spesso accadeva – cadeva nel vuoto, Mazzonis spediva l’avviso ufficiale: le multe per le infrazioni più gravi erano di mille lire. Cesarini le pagava senza problemi, ma qualche volta riusciva a scendere a patti:

«Se gioco da campione e segno almeno un goal nella prossima partita (e in genere sceglieva una gara difficile), la multa viene cancellata!».

In campo, Cesarini sapeva essere protagonista. Aveva un fisico eccezionale: lo dimostrava anche in allenamento, durante la partita di metà settimana, dopo aver magari trascorso un paio di notti tra donne e champagne. E poi Renato era in possesso di una tecnica personale e di un’intelligenza di gioco non comuni.

Esordisce in maglia azzurra nel 1931, ma la indossa solo undici volte, troppo ribelle per Pozzo. Però l’impresa arriva proprio in Nazionale. È inverno, a Torino, stadio Filadelfia, ed è il 13 dicembre 1931, l’Italia gioca contro l’Ungheria. Gli azzurri chiudono il primo tempo in vantaggio, 1-0, goal di Libonatti. Avar fa l’uno pari, Orsi riporta l’Italia in vantaggio ma Avar segna di nuovo: 2-2 al novantesimo.

Cesarini la racconterà così: «Mancavano pochi secondi alla fine, dirigeva lo svizzero signor Mercet. A un certo punto ebbi la palla. Avevo addosso il terzino Kocsis, un tipo che faceva paura. Non potendo avanzare passai alla mia ala, Costantino. Allora ebbi come un’ispirazione, mi buttai a corpo morto, tirai Costantino da una parte, caricandolo con la spalla, come fosse un avversario, e fintai, evitando Kocsis. Il portiere Ujvari mi guardava cercando di indovinare da quale parte avrei tirato. Accennai un passaggio all’ala dove stava arrivando Orsi, Ujvari si sbilanciò sulla sua destra, allora io tirai assai forte, sulla sinistra, il portiere si tuffò, toccò la palla, ma non riuscì a trattenerla. Vincemmo per 3-2. E non si fece nemmeno in tempo a rimettere il pallone al centro».

A venticinque anni Renato entra nella storia, ma non se ne accorge subito. Dovrà passare una settimana. Eugenio Danese è il primo giornalista a parlare di Zona Cesarini, quando il 20 dicembre l’Ambrosiana batte 2-1 la Roma con un goal di Visentin all’ottantanovesimo. In Zona Cesarini, appunto. Così si dice da allora, così indica lo Zingarelli.
Sono tanti i giocatori famosi, ma Renato Cesarini, detto Cè, nato sulle colline di Senigallia nel 1906 e morto a Buenos Aires nel 1969, è l’unico calciatore diventato un modo di dire.